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La chiamano guerra

La scorsa settimana mi è capitata una cosa brutta. Eravamo in centro e da lontano la Viki ha visto un grosso alano nero. Davanti a noi c'era un piccolo cane. L'alano si è avventato sul cagnolino, il padrone non ha neanche tentato di fermarlo. Ha lasciato il guinzaglio. Nel momento che il guinzaglio è caduto Vittoria ha iniziato ad urlare disperata. Il grosso cane con le fauci aperte sembrava dirigersi verso di noi. Lei ha iniziato ad urlare ed è stato difficile per me trattenerla, proteggerla, scappare. Ha tremato per quasi un ora.

Adesso con Parigi negli occhi penso se un giorno dentro ad un museo, al supermercato o per casa ci trovassimo faccia a faccia con un terrorista armato di fucile. Il terrore sarebbe identico. Amplificato per un milione.
E davanti alla canna del fucile cosa fare?
Scappare? Come?
Non è guerra convenzionale.
La guerra convenzionale ce l'ha raccontata De Andrè: Sparagli Piero, sparagli ora e dopo un colpo sparagli ancora fino a che tu non lo vedrai esangue cadere in terra e coprire il suo sangue...
Ma io non imbraccio abitualmente un fucile. Non ho niente per difendermi in questa guerra del terrore.

È tutto il giorno che immagino al posto del cane un fucile. È tutto il giorno che penso a come fuggire. A come proteggerle.

Ma in questa guerra quello che conta è fare paura. Incutere timore. Ed è questo che non dobbiamo permettere. Non dobbiamo avere paura. Ma come si fa?
Alcuni dicono che fra due settimane sarà tutto passato. Tutto dimenticato.  Fino al prossimo evento. Ma ultimamente accadono con troppa frequenza. Sono 14 anni che abbiamo paura.

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