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Numero 11 Jonathan Coe


C'erano giorni in cui divoravo i suoi libri. Poi ultimamente... boh non mi piace più quello che scrive. Ho continuato a leggere e comprare i suoi libri ma dopo questo penso che smetterò. Ho fatto una fatica abnorme a leggerlo, per l'amor del cielo bel libro, bella analisi della società contemporanea, ma che palle! Tutti questi personaggi che portano avanti la loro storia personale e si intrecciano a vario titolo con la defunta famiglia Winshaw... troppi nomi da ricordare, troppe vicende lasciate e poi riprese, troppi intrecci da ricordare. Ora che leggo la trama tutto appare chiaro, del resto è la storia dell'amicizia di Rachel e di Alison, ma cavolo quante persone incontrano i destini di Rachel e Alison nelle quasi 400 pagine del romanzo?
E poi quel finale...
Non ne voglio parlare.
E' una chiara metafora, il libro certamente ha due o tre livelli di lettura, ma mi ha lasciata un po' così... delusa. Io non ci vedo qualcosa di esaltante al pari dei precedenti.

Poi diciamo che in ogni romanzo di Coe ritrovo gli stessi stereotipi che ormai mi hanno arcistufato. Riflettendoci anche il seguire i rapporti incasinati di due/tre personaggi che si incontrano si perdono e si ritrovano fa parte del suo format. Come l'ossessione per il cinema, per i ricordi, per la spietata critica all'Inghilterra contemporanea, la presenza di lesbiche. Insomma parla sempre delle solite cose, declinate in scene diverse, ma sempre le solite tre cose.

Ha forse ragione la mia amica C. quando mi dice che un buon scrittore può scrivere un bellissimo libro, qualche buon libro e poi brutti libri e solo i geni possono scrivere tutti ottimi libri? Solo Hemingway e Orwell e Marquez possono aver scritto solo capolavori e tutti gli altri incappano in al massimo un paio di libri azzeccati e poi basta?

Non so, sono molto contrastata.
Non riesco ad essere obbiettiva.




L’undicesimo romanzo di Jonathan Coe è una storia dei nostri tempi: dal suicidio di David Kelly, lo scienziato britannico che aveva rivelato le bugie di Tony Blair sulla guerra in Iraq, agli anni austeri della Gran Bretagna che conosciamo oggi.
È un romanzo su quell’infinità di piccole connessioni tra la sfera pubblica e quella privata, e su come queste connessioni finiscano per toccarci, tutti.
È un romanzo sui lasciti della guerra e sulla fine dell’innocenza.
È un romanzo su come spettacolo e politica si disputino la nostra attenzione, e su come alla fine probabilmente è lo spettacolo ad avere la meglio.
È un romanzo su come 140 caratteri possono fare di tutti noi degli zimbelli.
È un romanzo su cosa significhi vivere in una città dove i banchieri hanno bisogno di cinema nelle loro cantine e altri di banche del cibo all’angolo della strada.
È un romanzo in cui Coe sfodera tutta la sua ingegnosità, il suo acuto senso della satira e la sua capacità di osservazione per mostrarci, come in uno specchio, il nuovo, assurdo e inquietante mondo in cui viviamo.


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